Marocco, libertà di stampa: ancora un passo indietro
Posizionato al 138° posto nella classifica 2011/2012 sulla libertà di stampa nel mondo, il Marocco continua a far discutere per la decisione di revocare il tesserino al corrispondente dell’agenzia France Presse, gli attacchi al giornalista Ali Lmrabet e il processo intentato al responsabile della testata on-line Yabiladi.
Ufficialmente è colpevole di aver “diffuso un comunicato che mancava di professionalità rispetto alle elezioni legislative (parziali) di Tangeri”.
Succedeva il 4 ottobre scorso. La frase incriminata riguarderebbe le sorti del confronto elettorale tra il PJD (Parti justice et développement, partito islamico attualmente al governo, nda) e il PAM, composto da candidati legati a doppio filo al palazzo reale.
Per mezzo di una nota del ministero della Comunicazione, Omar Brouksy, giornalista della France Presse (AFP) è stato sanzionato con il ritiro del tesserino.
Commentando l’accaduto in un’intervista rilasciata a Mamfakinch.com, Omar Brouksy si è detto sicuro che la decisione sia maturata dentro le mura del palazzo reale e che sia stata veicolata dal governo solo in un secondo momento.
Conclusione che appare del tutto verosimile, considerando che il PAM non ha ottenuto neppure un seggio alle parziali di Tangeri (la Corte costituzionale ha invalidato i risultati di alcuni seggi dopo lo scrutinio delnovembre 2011, nda).
E associare un partito perdente alla monarchia, equivale a sottolinearne il fallimento.
Ma i problemi per Omar erano già iniziati il 22 agosto scorso, quando il corrispondente era stato aggredito dalla polizia mentre documentava una manifestazione del movimento « 20 febbraio« , proprio di fronte al Parlamento di Rabat.
In entrambi gli episodi, a dispetto della solidarietà dimostrata da alcuni colleghi, il sindacato nazionale dei giornalisti marocchini (SNPM) ha preferito tacere.
Non ha taciuto invece l’8 ottobre scorso quando, allineandosi sulle posizioni del governo, ha diffuso uncomunicato di biasimo nei confronti dell’operato del giornalista.
CONDANNATO A NON SCRIVERE
La vicenda Omar Brouksy è solo l’ultimo di una serie di eventi che in questi ultimi anni hanno fortemente limitato la libertà di informazione nel regno alawita.
Ricordiamo il caso esemplare di Ali Lmrabet.
Ex caporedattore a Le Journal (incarico che sarà poi ricoperto dallo stesso Brousky prima del passaggio all’AFP), Lmrabet è l’autore del settimanale satirico Demain, censurato dalla monarchia nel 2003 assieme alla versione in arabo dialettale Doumane, a causa di alcune vignette che prendevano di mira il palazzo reale.
Lmbaret viene condannato a tre anni di reclusione e sanzionato con un’ammenda di 20 mila dirhams (circa 2000 euro).
Sconterà otto mesi di carcere portando avanti uno sciopero della fame di 47 giorni e venendo infine graziato dal re, ‘messo alle strette’ dall’opinione pubblica internazionale.
Nel 2005, sempre Lmbaret – di ritorno da Tindouf (nel sud-ovest algerino) – affermava sulle colonne di Al Mustakil che i 300 mila saharawi dei campi profughi del Polisario non avevano alcuna intenzione di tornare in Marocco, smentendo così la ’teoria del sequestro’ propagandata dal governo marocchino.
Questa dichiarazione gli varrà il divieto di esercitare la professione di giornalista per dieci anni e una multa di 50 mila dirhams (circa 4500 euro).
LA « CENSURA SOFT »
Nel 2011, sull’onda delle rivolte che imperversano in Africa del Nord e in Medio Oriente e che vedono in Marocco la nascita del movimento ’20 febbraio’, Lmrabet dà vita ad una riedizione di Demain, stavolta sul web, sfidando il divieto imposto dal regime.
Il giornalista, che non risparmia attacchi virulenti alla monarchia e al suo sistema di potere, torna ad essere bersaglio di intimidazioni e minacce sempre più pressanti.
L’ultima risale al settembre scorso quando, stando al resoconto dello stesso Ali pubblicato su internet, alcuni funzionari accompagnati da poliziotti in borghese e agenti dei servizi si sono introdotti nella terrazza della sua abitazione per documentare con foto e filmati cosa succedeva all’interno.ù
Lmrabet continua poi ad essere l’oggetto, assieme ad altri colleghi, di un provvedimento emesso dalla Direzione generale della sicurezza nazionale (DGSN) che ordina a tutti i posti di polizia e agli agenti di frontiera di segnalare il suo passaggio.
La situazione appare ancor più paradossale quando leggiamo nella Costituzione marocchina, all’articolo 48, che “la libertà di stampa è assicurata e non può essere limitata da nessuna forma di censura preliminare”.
Affermazione peraltro smentita dal contenuto del codice della stampa (approvato nel 2003) e da quello penale, fortemente restrittivi in materia.
Ci si domanda allora come si è arrivati a questo punto, se si considera che in Marocco, solo una quindicina di anni fa, si cominciava a intravedere un concreto spiraglio per il giornalismo indipendente.
Gli anni Novanta, in effetti, avevano segnato una svolta importante per la libertà di espressione nel regno.
Mentre la stretta autoritaria di Hassan II si affievoliva e le prime aperture politiche ed economiche segnavano la fine degli ‘anni di piombo’, si andava affermando una nuova generazione di giornalisti, intraprendenti e determinati ad indagare sull’operato della propria classe dirigente.
Con l’arrivo al potere di Mohammed VI (1999), nonostante l’entusiasmo iniziale dovuto alle intenzioni democratiche manifestate dal nuovo sovrano, i professionisti dell’informazione hanno iniziato a subire i primi contraccolpi, e il diritto alla libertà di stampa si è ridotto progressivamente.
Invece di attuare misure coercitive eclatanti, che porterebbero i riflettori dell’opinione pubblica internazionale, le autorità optano per una « censura soft » delle voci più critiche: pesanti multe inflitte per via giudiziaria e boicottaggio delle inserzioni pubblicitarie, principale fonte di ossigeno per la stampa cartacea le cui vendite coprono meno del 10% del budget di spesa.
L’operazione è agevole ed efficace, dal momento che la monarchia e l’elite di palazzo controllano (o comunque condizionano) la maggior parte delle imprese del paese.
E’ così che in un paio d’anni (2009-2010) quasi tutte le testate indipendenti sono costrette alla chiusura per insufficienza di fondi – ad esempioLe Journal, al-Jarida al-Oula e Nichane – o a rivedere le propria linea editoriale.
LA SITUAZIONE È PREOCCUPANTE
« La situazione è preoccupante », dicono gli attivisti locali e lo rivela anche Reporters sans frontieres, che l’8 ottobre ha diffuso un comunicato dal titolo “Dangers pour la liberté de l’information au Maroc”, in cui vengono segnalate le violazioni commesse ai danni dei giornalisti Brouksy e Lmrabet, oltre alla denuncia per diffamazione (con richiesta di risarcimento) che ha colpito il sito Yabiladi.com, il cui principale finanziatore si trova sotto processo dopo la pubblicazione di un’inchiesta sugli onerosi viaggi del Consiglio della comunità marocchina all’estero (CCME), pagati dai contribuenti.
Proprio l’informazione on-line, assieme ai blog e ai social network, costituisce uno degli strumenti più efficaci (e più seguiti dai lettori) per aggirare il bavaglio messo alla stampa nell’ultimo decennio.
Ma il successo riscontrato dai nuovi canali di espressione, sospinti dal vento delle « primavere » e facilitati dall’assenza di un quadro normativo vincolante e coercitivo (come è il caso, invece, per la carta stampata), ha inevitabilmente attirato l’interesse delle autorità, che non hanno tardato a prendere provvedimenti.
Da una parte la polizia si è accanita contro alcuni blogger legati al movimento 20 febbraio, dall’altra il governo di Rabat ha annunciato l’imminente revisione del codice della stampa.
Una revisione che, al di là delle dichiarazioni rassicuranti del ministro della Comunicazione El Khalfi, servirà probabilmente (e solamente) ad imbrigliare anche l’universo dell’informazione virtuale nelle strette maglie del nuovo codice.
Giulia Consolini (Osservatorio Iraq, Medioriente et Nordafrica)
URL courte: http://www.demainonline.com/?p=22396








traduisez s’il vous plait. ce site est francophone non ?
Morocco removes AFP reporter’s accreditation
For more than two weeks, a Moroccan-based journalist with Agence France-Presse (AFP), Omar Brouksy, has been unable to work officially. His accreditation was withdrawn on 4 October because of a government objection to an article he wrote that day.
His AFP story described an election in Tangiers as primarily between an Islamist party and « candidates close to the royal palace. » It also referred to « a power struggle » between the government and the palace.
He was immediately accused of mentioning the monarchy in the « wrong context. » Communications minister Moustapha Khalfi said the government was rescinding Brouksy’s accreditation because of an « anti-professional dispatch ».
Meanwhile, the Morocco bureau of Al-Jazeera television remains out of commission after almost two years since the authorities ordered its closure. Accreditation for its eight correspondents was withdrawn on 29 October 2010.
The channel had, according to an official statement, « seriously distorted Morocco’s image and manifestly damaged its greater interests, most notably its territorial integrity, » an apparent allusion to Western Sahara.
It has since been forced to prepare its reports on Morocco from its head office in Doha, Qatar, rather than at its former Moroccan bureau in Rabat.
http://www.guardian.co.uk/media/greenslade/2012/oct/22/press-freedom-morocco
Maroc: L’accréditation d’un journaliste de l’AFP doit être rétablie
Deux ans après l’interdiction d’Al Jazeera, la mesure prise contre Omar Brousky porte un nouveau coup aux médias internationaux
22 OCTOBRE 2012
http://www.hrw.org/sites/default/files/media/images/photographs/2012_Morocco_map_FR.jpg
© 2012 Human Rights Watch
« Un pays qui respecte la liberté d’expression ne devrait pas confisquer de carte de presse parce la monarchie a été mentionnée dans le ‘mauvais’ contexte, ni fermer certains bureaux de médias d’information parce qu’il n’apprécie pas leur couverture »
Sarah Leah Whitson, directrice de la division Moyen-Orient et Afrique du Nord
(Rabat) – Les autorités marocaines devraient rétablir l’accréditation du journaliste de l’Agence France-Presse (AFP) Omar Brouksy, et cesser leurs représailles contre des médias étrangers suite à des informations qu’ils rapportent. Le 4 octobre 2012, les autorités ont retiré l’accréditation d’Omar Brouksy, citant une dépêche publiée le même jour sur une compétition électorale, où Omar Brouksy notait que le fondateur d’un parti politique était proche du palais royal.
Le 29 octobre, cela fera exactement deux ans que les autorités ont fermé le bureau de la chaîne de télévision Al Jazeera au Maroc, en réponse à sa façon de couvrir les événements sur le territoire contesté du Sahara occidental. Dans un pays où les deux langues les plus utilisées sont l’arabe et le français, la chaîne Al Jazeera et l’AFP sont suivies de près.
« Un pays qui respecte la liberté d’expression ne devrait pas confisquer de carte de presse parce la monarchie a été mentionnée dans le ‘mauvais’ contexte, ni fermer certains bureaux de médias d’information parce qu’il n’apprécie pas leur couverture », a déclaré Sarah Leah Whitson, directrice de la division Moyen-Orient et Afrique du Nord à Human Rights Watch.
Le texte de l’AFP signé Brouksy traitait des élections partielles pour trois sièges parlementaires dans des circonscriptions où les résultats avaient été invalidés lors des élections législatives de novembre 2011. Son article décrivait la course électorale à Tanger comme axée sur une rivalité entre le Parti de la Justice et du Développement (islamiste), qui a remporté la majorité relative aux élections législatives, et « des candidats proches du palais royal se présentant sous la bannière du Parti authenticité et modernité (PAM), fondé en 2008 par Fouad Ali El Himma, un proche du roi Mohammed VI ». L’article évoquait aussi une « lutte de pouvoir entre gouvernement et palais royal ».
Le ministre de la Communication Moustapha Khalfi, porte-parole du gouvernement, a déclaré dans un communiqué du 4 octobre que le gouvernement annulait l’accréditation d’Omar Brouksy à cause d’une « dépêche anti-professionnelle », contenant « des allégations mêlant l’institution monarchique à cette compétition électorale », et donc « portant préjudice à sa position de neutralité et à son rôle d’arbitre se situant au-dessus de toute concurrence électorale entre les formations politiques ».
Le lendemain, Khalfi déclarait à l’AFP qu’Omar Brouksy n’avait pas tenu compte des dispositions régissant le travail des journalistes, notamment d’un article exigeant qu’ils « respectent la souveraineté nationale, les règles professionnelles et les lois en vigueur ».
L’AFP a défendu l’article d’Omar Brouksy et justifié le passage en question, qui visait à décrire le contexte des élections.
« Même si le journaliste avait réellement mis en doute la neutralité du palais dans ces élections, cela ne pourrait pas justifier une sanction du gouvernement, et encore moins une sanction aussi lourde que le retrait de son accréditation », a déclaré Sarah Leah Whitson.
Sans accréditation, un journaliste risque de se voir interdire l’accès aux conférences de presse, de ne pas pouvoir obtenir de commentaires de la part des responsables gouvernementaux ou de ne pas pouvoir renouveler sa carte de presse. Le Maroc devrait revoir sa règlementation pour interdire au gouvernement d’utiliser des critères arbitraires – en particulier ceux pouvant être utilisés pour punir les commentaires politiques – afin de retirer l’accréditation de presse, a déclaré Human Rights Watch.
En 2011, le Comité des droits de l’homme des Nations Unies, qui fait autorité pour interpréter le Pacte international relatif aux droits civils et politiques (PIDCP), a soutenu dans son commentaire général n°34 que « les régimes d’accréditation limitée peuvent être licites uniquement dans le cas où ils sont nécessaires pour donner aux journalistes un accès privilégié à certains lieux ou à certaines manifestations et événements. Ces régimes devraient être appliqués d’une manière qui ne soit pas discriminatoire et soit compatible avec l’article 19 et les autres dispositions du [PIDCP], en vertu de critères objectifs et compte tenu du fait que le journalisme est une fonction exercée par des personnes de tous horizons ».
Le code de la presse prévoit des peines de prison pour un certain nombre de délits d’expression non violents, y compris, dans l’article 41, pour toute « offense » envers le roi, les princes ou les princesses royaux, ou tout discours qui « porte atteinte » au régime monarchique, à la religion islamique ou à « l’intégrité territoriale » du Maroc. Cette dernière expression est généralement appliquée au fait de contester la souveraineté revendiquée par le Maroc sur le Sahara occidental.
Le 29 octobre 2010, les autorités marocaines ont ordonné la fermeture du bureau d’Al Jazeeraà Rabat après avoir retiré l’accréditation de huit de ses correspondants basés au Maroc au cours des deux années précédentes. La chaîne avait, selon un communiqué officiel, « déformé gravement l’image du Maroc et nui manifestement à ses intérêts, plus particulièrement à son intégrité territoriale », apparemment une allusion au Sahara occidental.
En janvier, un nouveau gouvernement dirigé par le Parti de la Justice et du Développement a pris ses fonctions suite à sa victoire aux élections législatives. Khalfi, le nouveau ministre de la Communication et porte-parole du gouvernement, a déclaré à Human Rights Watch le 4 avril 2012 qu’il espérait résoudre le problème d’Al Jazeera pour qu’elle puisse à nouveau travailler au Maroc; Al Jazeera a confirmé qu’elle avait eu des discussions à ce sujet avec les autorités marocaines. Pourtant, six mois après, le bureau de la chaîne à Rabat est toujours fermé et Al Jazeera est obligée de préparer ses bulletins sur le Maroc depuis son siège à Doha, au Qatar.
Ce n’est pas la première fois que les autorités refusent l’accréditation à Omar Brouksy, qui est un citoyen marocain. Lorsque l’AFP l’avait embauché pour travailler dans son bureau de Rabat en mars 2010, les autorités avaient refusé de l’accréditer, sans explication, pendant près d’une année. Des observateurs marocains ont avancé dans la presse que le ministère devait avoir des objections contre Omar Brouksy à cause de sa précédente activité journalistique en tant que rédacteur en chef et reporter duJournal Hebdomadaire, qui était le journal d’informations le plus audacieux du Maroc avant qu’il ne ferme. Il écrivait alors des articles critiquant les dirigeants politiques du pays, y compris le roi Mohammed VI et ses proches.
« Al Jazeera étant désormais autorisée à faire des reportages depuis la Tunisie et la Libye suite aux révolutions dans ces pays, le Maroc se retrouve dans le club réduit de gouvernements qui interdisent cette chaîne », a conclu Sarah Leah Whitson. « Le Maroc devrait plutôt sortir de ce club et cesser de contrôler la façon dont les journalistes couvrent des sujets sensibles tels que la monarchie et le Sahara occidental. »
http://www.hrw.org/fr/news/2012/10/22/maroc-l-accr-ditation-d-un-journaliste-de-l-afp-doit-tre-r-tablie